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Se abbandoni un bambino vai in prigione, se abbandoni un vecchio no!

Il Covid ha tirato giù la maschera dell’Ageismo
“Se abbandoni un bimbo vai in prigione, se abbandoni un vecchio no”. In estrema sintesi questo è quanto la geriatra americana Louise Aronson dice nei numerosi studi che ha diffuso in questo periodo, sull’innalzamento degli episodi di ageismo collegati alla pandemia. Secondo lei (che lavora a San Francisco-California) la pandemia ha “tirato giù la maschera” ad un intero sistema che discrimina la popolazione più anziana soprattutto nella cura, dover per esempio rispetto alla pandemia, Covid 19, non si sono ricercate specifiche cure per gli anziani malati, nonostante siano i più a rischio.
In questo tempo “paradossale” il rischio di conflitto generazionale è in crescita perché una intera generazione di giovani subisce pesanti restrizioni nella vita quotidiana per preservare la salute dei più fragili, che in maggioranza sono proprio gli anziani. Ma non bisogna essere schematici e non generalizzare, ma comprendere le ragioni che stanno all’origine di questa forma di discriminazione.
Louise Aronson, ne ha scritto e discusso in molte occasioni: “o muori giovane o diventi vecchio e quindi l’ageismo è una forma di pregiudizio verso il “futuro noi stessi”. L’ageismo è uno degli “ismi” che scandalizzano meno e la pandemia sta influenzando l’evoluzione di questo sentimento: in meglio e in peggio.
Da un lato c’è molta più attenzione sulla popolazione anziana e si percepisce più empatia ed interesse vero i senior. Ma d’altra parte la pandemia ha rafforzato una serie di pregiudizi nei confronti degli anziani, per esempio quello che tutti gli anziani siano fragili e deboli, dal momento in cui il maggior numero di morti si è avuto nelle residenze per anziani, senza valutare però che il livello di cure fornite da queste strutture, era del tutto insufficiente ad affrontare il virus. E che gli anziani non siano tutti fragili e deboli lo dimostra l’età dei nostri governanti…
Il tema del lavoro è uno dei più delicati: infatti quando si parla di perdita di posti di lavoro a causa del Covid ed alle misure che vengono adottate per contrastare la disoccupazione, ci si riferisce essenzialmente ai giovani, mentre non si prende in considerazione anche il dramma di chi perde il lavoro a 60 anni ( ndr. Il dibattito avviene in USA che ha ammortizzatori sociali e requisiti pensionistici molto diversi dall’Italia, dove comunque esiste un problema riferito alla disoccupazione dei senior). Durante la recessione del 2008 in USA il numero di lavoratori più anziani che hanno perso il posto, risulta doppio rispetto ai più giovani.
Questo silenzio nei confronti dei più vecchi contribuisce inoltre ad aumentare l’opinione negativa che i vecchi hanno di sé stessi…. “tutto succede perché sono vecchio…” Essere vecchio è male ed i vecchi sono sacrificabili.
I più anziani inoltre rappresentano una fetta sostanziale del sistema economico e quindi dei consumi ed il loro impoverimento si ripercuoterà sull’intera economia. Il contrasto all’ageismo deve riguardare anche i criteri che governano il mondo del lavoro che è ancora ancorato al passato in termini di età, razza e genere nelle fasi di assunzione al lavoro.
E’ ageismo il fatto che le sperimentazioni delle terapie anticovid non vengano effettuate su over 65? Louise Aronson sostiene che non ci sia niente di nuovo sotto il sole perché in genere le sperimentazioni avvengono su giovani maschi e che solo dal 2019 il National Institute of Health ha incluso i più anziani nelle ricerche.
Per contrastare l’ageismo bisogna contrapporgli l’attivismo: la discriminazione collegata all’età, in ogni ambito della società va denunciato e combattuto in tutte le sue forme, perché una delle teorie è che la svalutazione della vecchiaia che porta alla nascita dell’ageismo sia da ricercare nella struttura della nostra società, dove sono in genere gli uomini a stare all’apice del potere, dirigendone l’economia e la politica: questi maschi “dominanti” detestano la vecchiaia perché rappresenta la “loro” perdita di potere e il “loro” declino.
tratto da Geronotliberté di Louise Aronson

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